Commentary ISPI – 5 luglio 2018

di Claudio Bertolotti

L’episodio di Faryab accende i riflettori su una situazione al limite del caos e in prossimità delle elezioni politiche di ottobre

Continua a preoccupare la situazione afghana, al secondo giorno di proteste a Maimanah, capitale della provincia di Faryab e caposaldo del gruppo di potere uzbeco, in seguito all’arresto di Nizamuddin Qaisari, comandante della forza di polizia locale: sigla sotto la quale si nasconde una milizia privata fedele al vice presidente afghano e signore della guerra Rashid Dostum, in esilio in Turchia e accusato di crimini di guerra, tortura e violenza nei confronti di avversari politici.

Proteste di massa contro il governo, alcune fonti riportano circa cinque mila manifestanti, che hanno portato all’assalto del municipio cittadino e della sede dell’NDS, i servizi segreti governativi; un’escalation di violenza che ha portato le forze di sicurezza afghane a sparare sulla folla di civili, provocando la morte di almeno tre persone e il ferimento di altre quindici. Un fatto certamente importante, che segue altri momenti di tensione tra i gruppi di potere locali vicini a Dostum, la milizia armata a lui fedele e le istituzioni governative di Kabul; l’ultimo episodio è della fine di maggio, quando lo stesso comandante Qaisari aveva minacciato, se non fosse stata garantita la sicurezza dell’area contro l’avanzata dei talebani, di prendere le armi contro le forze governative. Da qui la decisione del suo arresto, avvenuto il 3 luglio con l’accusa di sabotaggio di operazioni militari governative, e il suo trasferimento immediato a Kabul per evitare il prevedibile assalto dei suoi fedeli alla prigione di Maimanah.

Un fatto che desta preoccupazione sul piano della sicurezza e su quello politico. Da un lato Faryab, provincia settentrionale dell’Afghanistan, è continuamente sottoposta alla pressione dei talebani, capaci di imporre la loro violenza in circa il 40 percento dei distretti del paese; in tale quadro non ha sorpreso il passaggio, avvenuto lo scorso marzo, di un’intera milizia locale vicina al partito politico Jamiat-e-Islami nelle fila dei talebani.

Una situazione preoccupante che, se da un lato mette sempre più in evidenza l’incapacità delle forze di armate e di polizia afghane di poter garantire un livello di sicurezza minimo per le istituzioni e la popolazione afghana, dall’altro lato ha indotto gli Stati Uniti e la NATO a rivedere la strategia per l’Afghanistan imponendo un aumento delle truppe sul terreno e una maggiore intensità operativa attraverso la doppia presenza militare: quella dell’operazione di combattimento statunitense Freedom’ Sentinel, composta prevalentemente da forze speciali e unità di attacco aereo, e quella dell’operazione della Nato Resolute Support, volta ad addestrare, assistere e consigliare le forze afghane. Circa 20mila soldati, a cui si affiancano altrettanti contractor impegnati in attività sia operative, sia di supporto.

Sul piano politico l’episodio di Faryab accende i riflettori su una situazione al limite del caos e in prossimità delle elezioni politiche in calendario per il prossimo ottobre. Un esercizio elettorale su cui pesano due macigni. Il primo, la volontà dei talebani e dello Stato Islamico in Afghanistan di impedirne lo svolgimento; da qui la prevedibile nuova ondata di violenza che colpirà i seggi e le commissioni elettorali, ma anche gli stessi elettori. Il secondo macigno è rappresentato dalla scarsa credibilità di un esercizio elettorale che sino ad ora è stato caratterizzato da brogli e irregolarità talmente vasti da portare a una divisione del potere di governo tra l’attuale presidente, Ashraf Ghani, e il suo competitor alla presidenza, Abdullah Abdullah, che è oggi seduto al suo fianco in qualità primo ministro esecutivo, una figura non prevista dall’ordinamento costituzionale afghano. Una soluzione che, se da un lato evitò allora di far precipitare il paese in una nuova fase di guerra civile, oggi è però il limite più grande alla governabilità del paese, guidato da un governo bicefalo diviso dalle ambizioni dei gruppi di potere a sostegno dell’uno e dell’altro.

Nel complesso la situazione è critica, l’aumento della violenza è in crescita costante, sebbene non in maniera esponenziale. Le forze di polizia locale, che in Afghanistan sono nella sostanza strumenti armati nelle mani dei potenti locali, sono sempre più fuori dal controllo del governo centrale, e operano a favore del partito politico di riferimento e sulla base di equilibri e convenienze claniche. In tale quadro, la distanza tra centro e periferia pare essere sempre più incolmabile da un governo in difficoltà e da forze di sicurezza sempre più deboli, nonostante i grandi sforzi in termini di supporto e finanziamento da parte degli Stati Uniti, della NATO, dell’Unione Europea.

Il processo negoziale, sponsorizzato da Stati Uniti e sostenuto attivamente anche dalla Cina, che vorrebbe coinvolgere il movimento talebano (forte di circa 50.000 combattenti e affiliati) in tutte le sue molteplici componenti, procede a rilento e paga il prezzo delle divisioni interne al gruppo insurrezionale: da un lato l’anima pragmatica propensa a un accordo tra le parti che fa riferimento al leader talebano, il Mawlawì Haibatullah Akhundzada; dall’altro lato il fronte integralista, guidato dal potente Sirajuddin Haqqani braccio destro di Akhundzada e vicino ad al-Qa’ida, che invece intende proseguire la lotta fin quando le forze di occupazione straniere non se ne saranno andate dall’Afghanistan e non sarà stato abbattuto il regime di Kabul.

In tale quadro cresce anche la violenza dello Stato Sslamico – Khorasan in Afghanistan che, sebbene forte di poche migliaia di seguaci e combattenti, ma in costante crescita grazie ai molti reduci jihadisti fuggiti dai fronti siriano e iracheno, è però riuscito a rubare la scena mediatica portando a compimento azioni estremamente violente e spostando il livello della conflittualità afghana da locale e regionale a globale.

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